Santuario S.Gerardo, Borgo di Caposele e antica Compsa

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Santuario S.Gerardo, Borgo di Caposele e antica Compsa

Messaggio  Admin il Sab Set 01, 2012 11:49 pm

"Santuario S.Gerardo, Borgo di Caposele e antica Compsa", Settembre 2012

PERCORSO:
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GALL.FOTO:
http://www.flickr.com/photos/85763518@N03/sets/72157631355645118/


SORGENTI DI CAPOSELE
La città di Caposele è definita “Città Sorgente”.
E’ nota sin dall’antichità per le sue copiose acque sorgive che sgorgano a quota 421m, alle pendici del m.Paflagone, da una grande parete rocciosa calcarea che costituisce il fianco orientale del m.Paflagone.
Nel passato l’area sorgiva e l’abitato attorno era completamente diverso, più suggestivo e quasi selvaggio e si potevano vedere più a valle i mulini, le gualchiere e i frantoi.
Un centinaio di polle d’acqua formavano un laghetto, detto pescaia, e poi davano origine a salti e cascatelle pittoresche fino a raggiungere il fondo della valle, dove trae origine il fiume Sele.
La sorgente è denominata di S.Maria della Sanità perché è accanto alla chiesa dedicata appunto a S.Maria della Sanità.
ACQUEDOTTO PUGLIESE
Le acque delle sorgenti di Caposele, oltre a essere rilasciate una parte nel fiume Sele, vengono convogliate nel grandioso acquedotto di Canale Principale, più noto come Acquedotto Pugliese (AQP).

L’acquedotto Pugliese, assieme al Grande Sifone Leccese, risulta una vera e propria opera di ingegneria idraulica ed ancora oggi risulta il più grande acquedotto d'Europa e tra i più grandi al mondo.

Venne costruito nel 1906 per risolvere l’ultrasecolare problema di siccità delle lontane terre della Puglia, perché la falda acquifera del sottosuolo pugliese non era facilmente estraibile, e che da sempre veniva adoperata l'acqua piovana raccolta in cisterne che non garantivano però quantità sufficienti e la necessaria prevenzione da ogni tipo di epidemia.
Fu deciso di captare e incanalare proprio le acque sorgive del Sele, causando però non pochi problemi economici agli abitanti di Caposele, togliendo anche l’antico aspetto del paese a seguito dei lavori di allacciamento.
La questione della mancanza di acqua potabile in Puglia venne affrontata per la prima volta già nel lontano 1847 sotto il governo monarchico di Ferdinando II di Borbone.
Il regnante stesso aveva nominato una commissione con l’incarico di studiare il modo più pratico per dissetare la regione pugliese.
Nonostante questo progetto che risultò di difficilissima soluzione, fu vinta la gara di progettazione da parte dell’ingegnere Camillo Rosalba, il primo ad intuire nel captare le rigogliose acque della sorgente del Sele, dalla imponente portata d’acqua di 4000-5.500 litri al secondo.
Ma poi il progetto fu ritenuto troppo arduo e avveniristico per cui fu accantonato.
Soltanto nel 1902 il governo italiano riprese la realizzazione di questa magnifica opera che sembrò all'epoca di Rosalba una follia, ma fu nel 1906 che venne dato inizio ai lavori.
Negli anni ’70 ci si accorse che il rifornimento idrico delle sorgenti del Sele risultò insufficiente a soddisfare i crescenti fabbisogni della crescente popolazione.
Furono, quindi, dapprima allacciate alcune sorgenti del fiume Calore Irpino ubicate nel territorio comunale di Cassano Irpino, la cui portata d’acqua venne convogliata, attraverso un tunnel lungo circa 15 km, fino all'inizio del Canale Principale, nel Comune di Caposele.
Successivamente ebbe inizio la costruzione degli altri grandi acquedotti che garantirono, ancora tutt’ora, attraverso un complesso sistema di interconnessioni, il servizio idrico in tutti gli abitati serviti.
Ognuno di tali acquedotti prende il nome dalla sua fonte di approvvigionamento quali Pertusillo, Sinni, Fortòre, Ofanto e Locone.
La prima fontana sgorgò a Bari nel 1915 pochi giorni prima dello scoppio del primo conflitto mondiale.
Solo dopo la fine della guerra, i lavori furono ripresi e l'acquedotto raggiunse le zone provinciali di Brindisi, Taranto e Lecce.
Poi durante il fascismo, furono realizzati altri tronchi a servizio di zone non ancora raggiunte dall'acquedotto: tra questi, il cosidetto Grande Sifone Leccese, che costituisce il prolungamento del Canale Principale, fino alla cascata monumentale, ubicata ai piedi del santuario di Santa Maria di Leuca, estremo lembo d’Italia, utilizzata come scarico terminale al mare. L'opera acquedottistica terminale fu inaugurata poco prima dell'inizio della seconda guerra mondiale da Benito Mussolini che, per l'occasione, donò la colonna romana installata lungo la discesa a mare.
Acquedotto Pugliese(detto Canale Principale), mappa percorso
http://www.cicloamici.it/cartine/sele_calore_map.jpg
storia Acquedotto Pugliese
http://it.wikipedia.org/wiki/Acquedotto_pugliese



MATERDOMINI
prende il nome da un'antica cappella che si chiamava dapprima Sancta Maria de Silere poi S.Maria Mater Domini, cioè Madre del Signore.
Il luogo, con i suoi 735 abitanti, è una frazione di Caposele e domina l’inizio della Valle del Sele.
La nascita del centro abitato cominciò poco dopo il periodo della morte di San Gerardo Maiella, avvenuto nel 1755.
Si è avuto poi un notevole incremento edilizio specialmente dagli anni ’50 del secolo scorso dovuto dal sempre più crescente del flusso turistico-religioso legato al culto di S.Gerardo.
Il centro è divenuto meta di pellegrinaggi e per questo possiede numerose strutture ricettive.
Materdomini è una delle sedi della Congregazione del S.S.Redentore, tra le più presenti comgregazioni al mondo.
-In Campania luoghi con sedi di Congregazione del S.S.Redentore:
Materdomini di Caposele (AV)
Sant’Angelo a Cupolo (BN)
Liberi (CE)
Pagani (NA)
Benevento
Ciorani (SA)
Scala (SA)


SANTUARIO SAN GERARDO
sorge nella loc.Materdomini, frazione di Caposele.
L’edificio di culto, esistente sin dai tempi del medioevo, era dedicato prima a S.Maria del Sele, all’epoca detta Sancta Maria de Silere, poi dal 1527 fu mutato il titolo in S.Maria Mater Domini, ovvero Madre del Signore.
Nel complesso conventuale, nel XVIIsecolo, avevano vissuto sia S.Alfonso Maria dè Liguori, colui che fondò la Congregazione del S.S.Redentore prima a Scala(SA) poi a Materdomini, sia S.Gerardo Maiella che fu uno dei missionari redentoristi, detti anche liguorini.
La prima chiesa del complesso conventuale fu eretta attorno al 1750 su progetto dell’architetto regio Pietro Cimafonte.
Fino al periodo successivo alla morte di San Gerardo e prima del terremoto dell’80, la facciata della chiesa era spoglia ma internamente era riccamente ornata di marmi policromi, decorata di stucchi, ori e affreschi, le vetrate delle finestre erano dipinte con scene episodiche della vita di San Gerardo e l’altare maggiore era in stile barocco.
La statua di San Gerardo, che si trovava nella navata di dx, era adornata da 29 lampade votive che ricordavano i 29 anni vissuti dal santo, e da diversi dipinti con episodi della sua vita come la fuga di casa per andare a farsi santo, come disse Gerardo, e la sua canonizzazione.
Sotto l’altare della cappella vi era l’urna che ne custodiva le ossa, tutta addobbata di cristallo, argento e oro.
Tale cappella era il sacrario più visitato della vecchia chiesa.
La chiesa, per accogliere il sempre maggior numero di pellegrini, che giungevano a Materdomini per venerare le spoglie di San Gerardo, venne ampliata nel 1913 e inaugurata nel 1929 con la consacrazione ad opera dell’arcivescovo di Napoli Alessio Ascalesi.
Nell’occasione il papa concesse il titolo di Basilica Minore e la facciata fu abbellita in marmo dallo stile neoclassico.
Nel 1931 la statua di S.Maria Materdomini fu incoronata con diadema d’oro dal Vaticano.
Anche nel 1960, sempre per l’insufficiente accoglienza dei pellegrini, fu aggiunta accanto alla vecchia basilica già ingrandita, un nuovo edificio di culto su progetto dell’architetto Giuseppe Rubino, in onore di S.Alfonso Maria dè Liguori. La nuova chiesa, denominata del S.S.Redentore, venne inaugurata nel 1974 e assume l’aspetto di una grande tenda ricorrendosi alla tenda biblica elevata da Mosè nel deserto.
Al suo interno sono presenti opere di notevole interesse artistico, fra cui il portale in bronzo i cui pannelli a bassorilievo raccontano otto episodi salienti della vita di San Gerardo Maiella, un organo di 2500 canne che accoglie un'imponente statua bronzea del Cristo Redentore, i mosaici raffiguranti gli apostoli e gli arredi monumentali tra cui l'altare, l'ambone e il portacero pasquale.
Nel Novembre del 1980, a seguito del disastroso evento sismico, crollò la vecchia Basilica Minore e il convento retrostante. Non ne rimase quasi nulla, eccetto la statua di San Gerardo che rimase illesa e qualche mobilio.
Mentre la nuova chiesa del S.S.Redentore, che era costruita in cemento e ferro, non crollò.
Dopo 20 anni dal terremoto, nell’Aprile del 2000, nel corso del grande Giubileo, fu riaperta al pubblico la Basilica ricostruita, risultando un po’ più allungata e meno ricca di fregi e affreschi, attraverso una solenne concelebrazione di vescovi e sacerdoti.
L’urna del corpo del santo, sempre di cristallo, argento e madreperla, venne questa volta collocata ai piedi del presbiterio, rivestito di un pannello di marmo di Carrara che raffigura San Gerardo tra la gente.
In uno degli ambienti è stata ricostruita la cameretta dove San Gerardo abitò durante la sua permanenza.
E' stata riaddobbata con suppellettili antiche e con pavimento di piastrelle di terracotta del '700, in modo da offrire allo sguardo del visitatore la semplicità e la povertà religiosa del Santo.

Sull'architrave si legge:
"Qui si fa la volontà di Dio come vuole e per quanto vuole Dio",
come aveva fatto scrivere San Gerardo durante gli ultimi giorni della sua vita.

Accanto alla cameretta vi è il Museo Gerardino che contiene numerose testimonianze di vita del Santo, tra cui le lettere autografe di San Gerardo, gli strumenti di disciplina ed altri oggetti dell'epoca appartenuti al Santo, gli ex-voto e diverse tele che ricordano i più noti miracoli di San Gerardo quali:
“il miracolo del panino”,
“la Comunione ricevuta dall'Arcangelo Gabriele”,
“la fuga da casa per entrare nei Missionari Redentoristi”,
“San Gerardo che ordina al diavolo di accompagnarlo al convento”,
“il miracolo della barca di pescatori avvenuto a Napoli”,
“la calunnia e l'innocenza riconosciuta”,
“il miracolo della chiave nel pozzo”
etc.
Infine, accanto alla Sacrestia, vi è collocato un pozzo ricostruito quasi simile all’originario, a causa dei terremoti, che si trovava al centro del chiostro della cattedrale di Lacedonia dove per un periodo vi era presente San Gerardo.
Il pozzo raccoglieva l’acqua piovana e, purificata con metodi casalinghi, veniva servita spesso da San Gerardo per gli usi della chiesa, per la cucina e per fa dissetare i viandanti.
Viene detto pozzo San Gerardo o pozzo di Gerardiello perché è legato al miracolo da lui compiuto nel recuperare una chiave caduto nel fondo.
http://it.sangerardo.eu/?x3gxhf00=e5ffde0f&pnb=279 Museo S.Gerardo, gall.foto
http://it.sangerardo.eu/?mc_tk=Yih7ZXZ5EBEfRhFDQENNGUwNXENMEgIGBA== Basilica, mappa



SAN GERARDO
Soprannominato dalla gente il “padre dei poveri”
Soprannominato dalla Madonna il “pazzerello”
Soprannominato dai redentoristi il “santo dell’Obbedienza”
Invocato dalle madri in difficoltà il “protettore delle partorienti, delle mamme e dei bambini”

nacque a Muro Lucano (PZ), nel rione Pianello, il 6 Aprile del 1726, da Domenico e Benedetta Galella.
Era uno dei 5 figli.
La sua era una famiglia povera nonostante il padre faceva il sarto.
La figura di San Gerardo, anche se breve, è stata ricca di prodigi, di miracoli e di interventi straordinari tanto da poter definire:
“Vita meravigliosa”.

Tutto ebbe inizio dalla primavera del 1732.
Il piccolo Gerardo, quando mancava spesso del pane in casa, andava a rifugiarsi nella cappella della Vergine con Gesù Bambino a Capodigiano, non distante dal rione Pianello.
Gerardo si inginocchiava davanti alla cappella e rimaneva a lungo in preghiera fino a che Gesù Bambino scendeva staccandosi dalla Madonna per donargli del pane bianco.
L'episodio si ripeté per molte volte.
Dopo circa 20 anni, da religioso redentorista, a Deliceto (FG), dirà alla sorella Brigida:

"Ora so che quel fanciullo che mi regalava il pane era Gesù".

Il prodigio del pane bianco si ripetè l’anno seguente anche nella stessa stanzetta del piccolo Gerardo.
Successe che, all’età di 7 anni, poiché si era incamminato verso la conoscenza del suo Signore, desiderava ardentemente ricevere l’Eucarestia.
Un giorno si accostò all’altare per ricevere la Comunione ma il parroco, vedendolo troppo piccolo, in quei tempi, lo rimandò a sedere.
E allora durante la notte ricevette la visita dell’Arcangelo San Michele che gli donò così l’ostia consacrata.
Anche questo episodio verrà confermato dallo stesso Gerardo 20 anni dopo.
A 12 anni gli morì il padre e dovette dedicarsi al lavoro.
Si mise a fare il sarto presso la bottega di un mastro, dove cominciò a dare prove di pazienza sopportando i maltrattamenti dei colleghi di lavoro.
Dopo 4 anni di apprendistato, Gerardo presta servizio in qualità di cameriere, a Lacedonia, presso il monsignor Claudio Albini nel palazzo vescovile.
Il monsignor Albini cercava un domestico.
Ne aveva avuti molti, ma nessuno resisteva alle sue intransigenze e prepotenze.
Il carattere del prelato scoraggiava chiunque.
Al contrario entusiasmò Gerardo che per lui, sacrifici e rimproveri, erano grazia.
Durante la permanenza all'episcopio di Lacedonia, dove stette per 3 anni, accadde il miracolo del pozzo.
Un giorno Gerardo, nell'attingere acqua, la chiave della camera del monsignore gli sfugge di mano cadendo nel pozzo.
Non si scoraggia, prende una statuetta di Gesù Bambino staccata da una nicchia nella Cattedrale, la lega al posto del secchio, la cala nel pozzo e, tirandola su, dalla manina della statuetta pende miracolosamente la chiave smarrita.
Da allora il pozzo, anche per i presenti accorsi ammirati, sarà denominato “il pozzo di Gerardiello”.
Alla morte del monsignore, Gerardo, nonostante i maltrattamenti subiti, forse lui soltanto, lo pianse sinceramente.
Dunque fece ritorno a Muro Lucano dove provò ad aprire per conto suo la sartoria, ma si accorse che non era bravo nel mestiere e che sentiva sempre più forte il desiderio di pregare, fino a che si manifestò in lui una pazzia d’amore verso la Madonna.

Infatti, mentre si effettuava la solenne processione della statua dell'Immacolata per le strade di Muro Lucano, Gerardo improvvisamente saltò sulla pedana del trono della Madonna, si tolse l'anello che aveva al dito e lo infilò al dito della Vergine, esclamando ad alta voce
Mi sono fidanzato alla Madonna!
Dopo questa vicenda Gerardo udì una voce misteriosa di dolce rimprovero: “pazzerello”.

Nel 1749 gli capitò una delle più grandi occasioni della sua vita: l’incontro con i missionari redentoristi.
Due religiosi redentoristi, intenti a questuare offerte bussando alle porte, che servivano per la costruzione del Santuario di Materdomini a Caposele con annesso convento della Congregazione del S.S.Redentore voluto dal missionario Alfonso Maria dè Liguori, Gerardo appena li vide ne rimase affascinato.
Volle pure lui entrar a far parte dei redentoristi.
Della Congregazione dei redentoristi, che aveva come scopo la cura delle anime più povere, ne furono costruiti a Ciorani (SA), Pagani (NA), Deliceto (FG) e per ultimo a Caposele (AV).
Nonostante Gerardo sentì che quella era la sua vocazione, la mamma, contraria alla sua decisione, lo serrò in casa il giorno della partenza dei missionari, lui invece

annodò le lenzuola e si calò dalla finestra lasciando un biglietto con la scritta:
Mamma perdonami, vado a farmi santo!

In un primo momento il redentorista padre Cafaro non lo potè accettare per la sua gracile costituzione fisica ma poi, per l’insistenza di Gerardo, fu spedito nel Maggio 1749, all’età di 23 anni, nella Congregazione di Deliceto con un foglio di presentazione: vi mando un fratello inutile, un’altra bocca da sfamare.
L’accoglienza inizialmente non fu incoraggiante, ma poi mettendolo in prova ai lavori al refettorio, alla cucina, al giardino, alle pulizie, dovunque si faticasse Gerardo era sempre presente, sbalordendo così i religiosi per la sua infaticabile volontà.
In lui si era maturato il suo modo di concepire:
“quello di fare tutto per Dio, amare tutto per Dio e soprattutto patire per Dio”,

obbedendo prontamente ai suoi superiori che lo mettevano continuamente in prova, sempre disponibile per ogni servizio. Quindi lui viveva nella sofferenza e intendeva soffrire come Gesù.
Infatti, come racconta padre Antonio Tannoia, biografo personale del santo, in molte occasioni, Gerardo si recò in una grotta dove c’era una grande croce su cui si faceva legare e flagellare aspramente da alcuni amici.
Un altro giorno si fece calare sul capo una corona di spine pungenti per imitare il suo signore Gesù crocifisso.
Inoltre nella settimana santa si faceva flagellare con punte di ferro da un garzone, effetuava veglie notturne e i digiuni.
La prova di sofferenza più grande e dolorosa che lo colpì, ma nello stesso tempo più glorioso, avvenne nel 1754.
Successe che una donna di Lacedonia, Nerea Caggiano, dietro invito di Gerardo, era entrata nel collegio delle redentoriste di Foggia.
Inizialmente si mostrò molto contenta, ma poi si accorse che non faceva per lei la vita monastica e resistette per 3 settimane. La giovane, sentendosi umiliata, riversò il suo malanimo su Gerardo.
Per ordire una calunnia contro di lui, inventò una relazione morbosa tra il malcapitato e Nicoletta Cappucci, figlia di un amico di Gerardo stesso.
Nerea si confidò con il suo confessore Benigno Benincasa facendolo nascere il sospetto, ed insieme scrissero del presunto accaduto ad Alfonso Maria dè Liguori, il superiore di Gerardo.
Fu richiamato subito dallo stesso Alfonso a Pagani per una spiegazione di quell'accusa.
Questi gli lesse le due lettere e attese da parte sua una giustificazione.
Gerardo, dinanzi alla perpetrata calunnia, quella del tacere trovò risposta migliore, e allora il suo superiore non potette altro che convincersi della veridicità dell'accusa.
Avrebbe potuto espellere immediatamente dalla Congregazione il giovane religioso, ma si limitò a proibirgli ogni contatto con la gente di fuori e lo privò della santa Comunione.
Senza l’Eucarestia, per Gerardo il dolore fu più forte della stessa calunnia.
A distanza di giorni, la vittima non mosse alcun lamento circa la prova che gli è capitata.
A chi lo compativa rispondeva:
Mi basta avere Gesù nel cuore!
Questo suo comportamento tranquillo, nonostante il suo cuore lacerato, sorprese Alfonso che cominciava ad avere forse dei dubbi sull’accusa inflittagli.
Perplesso nei suoi confronti, un giorno provò un forte desiderio di vederlo.
Il tempo di formulare il pensiero, quand'ecco presentarglisi Gerardo in persona.
Ciò lo sorprese e disse: "Che vuoi figlio mio"? "Mi avete chiamato, eccomi"
Il superiore, sconcertato, decise di mandarlo in un’altra sede di Congregazione, quella di Ciorani, (SA) sotto lo sguardo del padre Antonio Tannoia, con il quale Gerardo si trovò in grande confidenza.
Anche qui Gerardo si dimostrò sempre sereno e ilare e tutti che lo guardarono si meravigliarono della sua imperturbabilità.
Finalmente la verità.

Nerea Caggiano, tormentata dai rimorsi per aver calunniato un santo, e don Benigno Benincasa, confuso per la sua imprudenza, riscrivono al superiore Alfonso.
Questa volta, appena appreso la notizia, il fondatore chiese scusa all’umile fratello e gli parlò:
“Figlio mio, perché tacere sempre senza dirmi neppure una parola sulla tua innocenza?
Padre mio, come potevo io farlo se la regola impone di non scusarsi e di soffrire in silenzio la mortificazione proveniente dal Superiore?”
Da allora Alfonso comprese che stava trattando con un eccezionale eroe di santità.
Fu riconosciuta così la sua candita innocenza.

Intanto padre Francesco Margotta, procuratore generale della Congregazione, dovendo trattenersi a Napoli per affari amministrativi, condusse con se Gerardo.
Gerardo passò ore e ore tra una chiesa e l’altra per pregare e il resto del tempo lo passava nella visita agli ammalati dell’ospedale degli Incurabili, già frequentato da Alfonso e dal futuro Giuseppe Moscati.
A Napoli avvenne l’ennesimo eclatante miracolo di Gerardo.
In effetti, una barca di pescatori, travolta da onde impetuose che minacciavano di capovolgerla, faceva fatica a raggiungere la riva.
Nessuno immaginava come portare aiuto. Ci pensò fratello Gerardo.
Una preghiera silenziosa, occhi al cielo, un segno di croce, il mantello sul braccio, In nome della Santissima Trinità disse, e via.
Correva camminando sull'acqua e, con due ditelle, come dirà lui stesso a padre Margotta, afferrò la prua della barca e la trascinò a riva.
La folla, che andò in delirio, diffuse rapidamente la notizia e Gerardo non rusciva più a mettere piede in strada perché tutti gli correvano dietro.
Trascorso brevemente il soggiorno a Napoli, giunse a Materdomini nel Giugno del 1754, ultima tappa prima di morire.
Gli venne dato l’incarico di fare il portinaio nel complesso conventuale.
Questo incarico il futuro santo lo preferì più degli altri perché gli dava la possibilità di venire in aiuto dei poveri.
Con le chiavi della portineria egli disse:
“Padre mio, con queste chiavi spero di aprirmi le porte del Paradiso”.
Durante il rigido inverno molta gente, per le abbondanti nevicate, rimasta senza lavoro e senza pane, ingrossò la fila dei poveri davanti alla portineria del convento e Gerardo, come sempre, soccorse con infinita dedizione gli affamati ed assiderati.
La sua lodevole carità lo fece acclamare il padre dei poveri.
Un altro episodio, sempre a Materdomini, è che quando finirono i soldi per pagare gli operai della costruzione del convento, Gerardo intensificò le preghiere per sollecitare l'intervento di Gesù e, mentre lui era raccolto in preghiera, suonò il campanello della portineria e fuori la porta c’erano due sacchetti di soldi senza sapere chi li avesse lasciati.
Negli ultimi 2-3 mesi soffriva gravemente di tisi, cioè tubercolosi polmonare.
Tuttavia obbedì, per l’ennesima e ultima volta, il suo direttore spirituale di guarirsi e si rimise miracolosamente in piedi.
Era l’estrema testimonianza del “Santo dell’obbedienza”.
Attorno all’una e mezza di notte del 16 Ottobre del 1755 morì, all’età di 29 anni, nella sua angusta cella che da quel momento divenne venerata.
All'esterno della sua porta, prima di morire, fece appendere una tabella con la scritta:
“Qui si fa la volontà di Dio, come vuole e per quanto vuole Dio”.
Alla morte di San Gerardo sarà lo stesso S.Alfonso Maria dè Liguori a ordinare di raccogliere notizie sulla vita e le virtù del Maiella.
Dopo la morte, la fama di santità si diffuse rapidamente.
Venne beatificato dal papa Leone XIII il 29 Gennaio 1893, e proclamato santo dal papa Pio X l’11 Dicembre 1904.

Altri eventi miracolosi legati al Santo:
--In una sera tardi e piovosa era diretto col suo cavallo a Lacedonia per recarsi presso un convento, senonchè nella vallata del fiume Ofanto si presentò all’improvviso il diavolo che lo bloccò.
Ma Gerardo disse:
“Ah, sei tu, bestia d'inferno! Nel nome della Trinità ti ordino di prendere le briglie e guidarmi fino a Lacedonia”, e così il demonio, domato, lo obbedì e lo trasportò guidando il cavallo fino all'ingresso del paese, dove sorgeva una cappella dedicata alla S.S. Trinità, appunto.
--A Corato, in prov. di Bari, liberò con un segno di croce un campo infestato da topi che avevano dato non pochi problemi ai contadini.
--Intervenne con coraggio per far murare una finestra di un monastero delle Domenicane, occasione di distrazione continua per le religiose.
--doveva essere ospite presso la famiglia Papaleo che Gerardo non la conosceva e né sapeva dove abitava. Affidandosi come sempre al buon Dio, lasciò le briglie del cavallo per farlo cercare la casa, si fermò davanti ad una porta e Gerardo domandò:Don Felice Papaleo? Sì, abita qui.
--Al ritorno dalla visita del Santuario di S.Michele sul Gargano, in Puglia, si fermò per dissetarsi a un pozzo di campagna assieme ad altri missionari. Il proprietario senza scrupoli allontanò i pellegrini assetati e Gerardo lo ammonì dicendo: Se tu neghi l'acqua al prossimo, il pozzo la negherà a te. Il tempo di allontanarsi, il pozzo seccò a vista d'occhio e il contadino implorò rispondendo: Per carità, tornate; attingerò io stesso l'acqua per voi. L'acqua ritornò e il contadino dissetò i pellegrini e i loro cavalli.
--A Castelgrande, in prov. di Potenza, in Basilicata, per pacificare due famiglie in lotta per l’uccisione di un giovane, e notata la durezza di cuore delle entrambi le parti, Gerardo si inginocchiò, trasse dalla cintola il suo Crocifisso, lo pose per terra e disse: Avanti, calpestatelo!. e poiché quelli indietreggiavano, lui ancora: Non c'è via di mezzo: o perdonare, o calpestare Gesù; perché conservare odio è come mettersi sotto i piedi colui che ha comandato il perdono. La vittoria fu sua e le due famiglie che erano in lotta si riappacificarono.
--Sulla via di ritorno da Castelgrande verso il Santuario di Materdomini, Gerardo portò con se 15 prepotenti e cattivi giovinastri che li convinse a seguirlo, avendo dimestichezza con la Provvidenza, per farli confessare. I circa 30km che separavano Castelgrande da Materdomini furono percorsi lietamente dal gruppo dei giovinastri che scortavano il santo fratello. Strano e originale corteo che, all'arrivo al Santuario, stupì il superiore del convento dicendo:
Dove arriva costui, porta la rivoluzione!.
--Ad Oliveto Citra, in occasione di una visita alla famiglia Pirofalo, mentre stava per andarsene una delle figlie venne mandata da lui per restituirgli un fazzoletto che si era dimenticato e Gerardo non lo prese dicendo:
No tienilo pure; un giorno ti potrà servire. Il fazzoletto venne tenuto in prezioso ricordo di Gerardo.
Anni dopo la ragazza al quale aveva dato il fazzoletto si trovava in serio pericolo durante un parto. Si ricordò delle parole di Gerardo e chiedendo del fazzoletto, avvenne il miracolo della felice nascita che allietò la famiglia.
Il miracolo dei parti felici si ripetè in altre occasioni, per cui, dopo la sua morte, verrà ricordato e invocato come Santo protettore delle partorienti, delle mamme e dei bambini, durante il processo della sua beatificazione. Molti ospedali dedicano il loro reparto di maternità al Santo e distribuiscono alle loro pazienti medagliette e santini di Gerardo con la relativa preghiera.
A migliaia di bambini è stato dato il nome Gerardo dai genitori convinti che è grazie all'intercessione del Santo che i loro bambini sono nati.
http://www.comune.caposele.av.it/ foto Tomba di San Gerardo



SELLA DI CONZA
è un valico di 697m di altitudine che divide l’Appennino Campano da quello Lucano.
Segna il confine fra le province di Avellino e Salerno, e si trova a breve distanza dal confine da quella di Potenza ad est, della Basilicata.
La Sella di Conza è attraversata dalla SS7 Appia nuova che collega, come l’Appia antica ma con diverse traiettorie, Roma a Brindisi.
Entro il confine regionale della Campania, dalla Sella di Conza fino al Ponte Borbonico sul fiume Gargliano, in alto Casertano, sono 228.5km di Appia nuova, ed è a 7.3km dal confine regionale della Basilicata, sud-est, con l’ultimo paese della Campania: S.Andrea di Conza.
Inoltre la Sella di Conza separa la Valle dell’Ofanto adriatica dalla Valle del Sele tirrenica.
In questi luoghi fu girato un film neorealista “La donnaccia” che narrò il dramma della povertà e dell’emigrazione. http://it.wikipedia.org/wiki/Sella_di_Conza



OASI WWF LAGO DI CONZA
Il lago artificiale di Conza rappresenta la più estesa area umida della Campania e risulta tra le più importanti del Mediterraneo.
Si trova a quota 420m, ubicato nel territorio comunale di Conza della Campania(AV).
Il lago di Conza è originato da uno sbarramento artificiale sul fiume Ofanto ad opera di una diga, ha una profondità massima di 25m ed ha una superficie di 800ettari.
La diga fu costruita negli anni ’70 con lo scopo di convogliare e mandare acqua ad uso irriguo in Puglia.
A seguito della realizzazione della diga si ebbe una espansione della vegetazione palustre, di prati steppici e del bosco igrofilo composti da giunco, canneto, salice, roverella, pioppo, olmo, cerreto, ginestra, prugnolo, rosa canina, tifa, sambuco, fiordaliso, malva, finocchietto selvatico e due specie di orchidee come apifera e fuciflora.
Questa Oasi wwf, assieme all’Oasi wwf di Persano, rappresenta un’area di sosta strategica per l’avifauna per cui costituisce la stazione di ristoro e di riposo lungo la rotta migratoria tra Tirreno ed Adriatico.
Sono state censite fino a circa 140 specie di uccelli tra cui alcune molto rare.
Per quanto riguarda gli anfibi è segnalata la presenza dell’ululone dal ventre giallo, della raganella e del tritone crestato italiano. Tra i rettili la presenza del ramarro, della natrice tassellata e del biacco.
A testimonianza dell’interesse naturalistico che l’Oasi riveste, la Regione Campania ha decretato l’area Sito d’Importanza Comunitaria (SIC) e Zona di Protezione Speciale (ZPS) sulla base delle direttive dell’Unione Europea.
http://www.agraria.org/parchi/campania/lagodiconza.htm foto lago di Conza
http://www.irpiniapesca.it/itinerari-irpini/diga-di-conza-conza-della-campania-av pesca nel lago di Conza


COMPSA ANTICA
Ancora tutt’ora non sono state chiarite quali fossero le esatte origini di questa antichissima città, prima della conquista da parte dei romani.
Con molta probabilità sarebbe fondata da osco-sanniti, col nome di Kampsa, che stava ad indicare eleganza e raffinatezza.
Tuttavia il nome Compsa venne citato per la prima volta con l’avvento dei romani quando tale città venne menzionata dai latini Tito Livio, Plinio il Vecchio, Velleio Patercolo e Silio Italico per la sua posizione dominante sulle vallate dell’Ofanto, del Calore e del Sele, e altamente strategica per le vie di comunicazione per la Puglia, la Basilicata e Benevento.
Compsa, all’epoca della seconda guerra punica, fu occupata da Annibale dopo aver vinto nel 216ac contro i romani con la famosa battaglia di Canne(sito nel territorio comunale di Barletta, in Puglia).
Due anni dopo la città fu riappropriata, semidistrutta, dal generale romano Quinto Fabio Massimo.
L’antica città fu vittima del terremoto del 990dc, abbattutosi su tutta l’Alta Irpinia, che ebbe come epicentro proprio Compsa, causandone la distruzione ed abbandono da parte dei cittadini.
L’antica Compsa fu riportata alla luce casualmente dopo il terremoto dell’80.
Furono riportate alla luce elementi di epoca romana come il decumano massimo, il podio lapideo di un tempio, pavimento mosaicato di una domus e uno slargo lastricato in pietra del foro con un canaletto di deflusso.
Alla base del campanile dell’antistante cattedrale distrutta, portato in luce una stele funeraria.
Altre strutture e reperti sono venute alla luce nel resto della città, sotto le fondamenta degli edifici crollati, come in via Forno vi è una domus con pavimenti a mosaico e una grossa cisterna.
In Via Eriberto Lomongiello vi sono i ruderi di un edificio termale.
Sullo stesso luogo fu ritrovato un sarcofago riutilizzato come vasca di una fontana monumentale, ancora oggi esistente, con due mascheroni.
Sotto altre case numerosi epigrafi, sarcofagi, cippi funerari, una meridiana, un blocco di pietra sul quale riproduce una vittoria alata e un bassorilievo che ritrae invece il modello di una porta urbica, avanzi di tombe, frammenti di lucerne, bronzi, terrecotte e monete.
Inoltre, fuori città,
in C.da Piano delle Briglie affioramento di un teatro con due leoni in pietra calcare,
in C.da Sanzano ruderi di una villa rustica alla quale si accedeva tramite un ponte romano che attraversava il fiume Ofanto, del quale rimane soltanto un pilastro in laterizio,
in C.da San Cataldo necropoli risalente all’epoca osco-sannita, attribuita alla cosiddetta fossakultur di Oliveto-Cairano.
nei pressi dell’ex campo di calcio resti di un anfiteatro con murature in opera mista: reticolata e laterizia.
Dopo la fine dell’Impero romano, verso il 524dc, Compsa venne impossessata dai superstiti dell’esercito ostrogoto del re Teia sconfitto in battaglia ai piedi del Vesuvio dall’esercito bizantino comandato dal generale Narsete.
Anche qui l’esercito bizantino sconfisse definitivamente gli ultimi ostrogoti superstiti, proprio sotto le mura di Compsa, mandandoli tutti prigioinieri a Costantinopoli.
Nel periodo longobardo Conza fu una delle 5 città che ebbe il prestigio di essere elevata a gastaldato, una circoscrizione amministrativa appartenente alla più estesa provincia di Salerno.
Allora si chiamava provincia di Principato Citra.
Comprendeva il comprensorio appenninico da San Fele a Teora e da Andretta a Carbonara-Aquilonia, che rappresentava il limite meridionale dell’espansione dei longobardi in Italia.
Altre città gastaldato erano Sarno, Rota (attuale Mercato San Severino), Lucania (attuale area Cilento) e Salerno stessa.
In tale occasione fu costruito il castello, al posto dell’attuale serbatoio d’acqua, con il borgo difesi da possenti mura, e fu ampliata con un nuovo nucleo abitativo a quota più in basso, a 558m, denominandolo Ronsa o Ronza.
Il nucleo di Ronsa visse fino al 990 quando venne distrutto dal terremoto assieme al borgo di Conza che ne cadde circa la metà.
Nel 1076 i normanni la elevarono a sede vescovile.
Nel medioevo Conza ebbe come i feudatari le famiglie Balvano, Balso, Gesualdo, Ludovisi e Mirelli fino al 1806, anno dell’abolizione del feudalesimo.
Tutto il centro storico della vecchia Conza è stato sottoposto a vincolo archeologico dal 1988.
http://www.prolococompsa.it/Album%20fotografici/Territorio/Territorio.html area Conza della Campania, gall.foto
http://www.prolococompsa.it/album%20fotografici/reperti/Reperti.html Compsa, gall.foto reperti antichi
http://www.prolococompsa.it/album%20fotografici/terremoto/terremoto.html Conza terremotata nell’80, gall.foto

CATTEDRALE SANT’ERBERTO della vecchia Conza
è di antichissime origini e intitolata alla Vergine Assunta.
Sorgeva sui resti di una basilica romana, della quale aveva mantenuto l’impianto planimetrico a tre navate.
Il primo vescovo di Conza fu Pelagio nel 743dc, ma non si esclude che la città abbia avuto un vescovo sin dall’età romana come ad Aeclanum.
Nell’anno 1051 la cattedrale fu insignita a sede arcivescovile e aveva come sue suffraganee le diocesi di S.Angelo dei Lombardi, Bisaccia, Lacedonia, Monteverde, Muro Lucano e Satriano.
L’arcidiocesi di Conza costituiva la XV provincia ecclesiastica di tutta Italia, quindi tra le più antiche sedi italiane, ma gli arcivescovi di solito risiedevano o Santomenna o a S.Andrea di Conza.
Tra il XV e il XVI secolo accolse le sepolture dei Gesualdo, che costruirono all'estremità di una delle due navate laterali la loro cappella gentilizia, con l'altare privilegiato intitolato a Santa Maria delle Grazie.
La cappella era ornata da finissime sculture in marmo, tra cui quattro bassorilievi raffiguranti le virtù cardinali.
La cattedrale fu più volte distrutta dai terremoti e ricostruita sempre allo stesso posto, cioè sul lato occidentale del Foro romano, restaurandola sempre con nuovi elementi.
Nell’abside, oltre al coro ligneo vi era posto uno splendido sarcofago contenente le spoglie di Sant’Erberto, 9’ o 10’ vescovo di Conza dal 1169 al 1181, protettore di Conza.
Le sue spoglie sono attualmente conservate nella concattedrale della nuova Conza della Campania, assieme all’altro pezzo recuperato come il fonte battesimale.
La vecchia cattedrale possedeva la cripta sottostante dedicata a Santo Menna, composta da un atrio e da un ambiente più grande, in cui si notano ancora due colonne di granito rosso d’Egitto che un tempo racchiudevano un altare inferiore.
I crolli del novembre 1980 riportarono alla luce strutture risalenti al XIIsec, un livello precedente di pavimentazione, due piccoli affreschi del XIIIsec e un bassorilievo che ritrae un felino posto probabilmente su qualche tomba genitlizia.
Cattedrale, gall.foto prima e dopo l’80
http://www.prolococompsa.it/Album%20fotografici/Cattedrale/Cattedrale.html




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